Stefano P. Testa e Alberto Ceresoli
Italia
96’
1,33:1
Italiano
96’
Stefano P. Testa
Stefano P. Testa
Vinicio Capossela, William Limonta
Nicola Gualandris
Anna Giordano, Giuseppina Tomasoni, Gerardo De Santis, Monica Panada, Romolo Poffa
Lab 80 film, PERSEOfilm
Alberto Ceresoli, Carmela Cosco
Luisa Massey
Luisa si toglie la vita la notte del 13 ottobre 1990, gettandosi dal sesto piano dell’ospedale di Montichiari. Ha diciannove anni e ha appena dato alla luce il suo secondo figlio. Dopo un breve periodo in orfanotrofio, Alberto e suo fratello vengono adottati da una famiglia di Bergamo e crescono senza alcun ricordo dei genitori biologici.
Oltre trent’anni dopo, Alberto torna alle origini della propria storia familiare per ricomporre, attraverso luoghi, fotografie e testimonianze, la memoria perduta di sua madre Luisa e confrontarsi con l’assenza che ha segnato la sua vita.
Lo spazio vuoto nasce dall’intreccio tra ricerca e immaginazione. Alberto cerca sua madre interrogando chi l’ha conosciuta, ma le lacune della memoria, e talvolta le resistenze di chi testimonia, rendono questo percorso arduo e spesso frustrante. Le fotografie di Luisa esistono, ma senza il sostegno del ricordo rischiano di restare immagini mute, superfici che non restituiscono una presenza.
Alla ricerca attraverso le parole e le tracce del passato si affianca così una ricostruzione immaginaria di Luisa: una figura materna idealizzata, capace di offrire ad Alberto un luogo di prossimità e conforto. Il ritratto della madre si compone poco a poco, attraverso frammenti, emozioni e suggestioni sensoriali. Lo spazio vuoto è concepito come un viaggio in punta di piedi nel tempo e nello spazio, in cui Alberto è fuoricampo e Luisa è fuoritempo.
Stefano P. Testa:
“Nel 2022 Alberto mi ha contattato proponendomi l’idea di realizzare un film documentario sulla storia di Luisa De Santis, sua madre biologica. Non conoscevo la sua storia famigliare, ma dopo averla ascoltata ho accettato subito. Il soggetto mi interessava profondamente, per il suo carattere intimo e tragico, in continuità con i temi che avevo già esplorato nei miei lavori precedenti. Avevo però qualche esitazione rispetto alla co-regia: per me era la prima esperienza, così come per Alberto il primo confronto con il linguaggio del cinema. Questi dubbi si sono dissipati rapidamente. Fin dall’inizio abbiamo riconosciuto una forte affinità sul piano estetico, narrativo e poetico. I ruoli si sono delineati in modo naturale: Alberto come ricercatore e guida, io come osservatore e primo testimone. Abbiamo scritto il film, realizzato le interviste, selezionato le immagini e montato il materiale insieme, condividendo ogni scelta.
La storia di Luisa si è rivelata progressivamente. Alberto in prima linea, a contatto diretto con le persone e i fatti; io in posizione più defilata, dietro la macchina da presa, cercando di restituire la sua presenza attraverso i soggetti e gli oggetti che entravano di volta in volta in relazione con lui. Fin dall’inizio abbiamo scelto di non costruire un racconto eccessivamente soggettivo. Così come la figura della madre ci appariva sfuggente e opaca, anche quella del figlio doveva rimanere in disparte, fuori campo. Solo in questo modo era possibile dare forma al vuoto che volevamo raccontare. Ne è nata una struttura osservativa, contemplativa e meditativa, in cui lo spettatore è idealmente collocato in uno spazio intermedio tra Alberto e la macchina da presa, come se si trovasse al suo fianco.
La narrazione procede a ritroso, dalla morte di Luisa fino alla sua infanzia, seguendo lo stesso percorso di scoperta che abbiamo attraversato durante la ricerca e le riprese. Un elemento centrale dell’approccio registico è stata la volontà di sospendere il giudizio, nel tentativo — inevitabilmente parziale — di restituire l’identità evanescente di Luisa e i tragici eventi che l’hanno coinvolta attraverso uno sguardo il più possibile aperto e limpido, capace al tempo stesso di accogliere amore, rabbia e sofferenza.”
La colonna sonora
Vinicio Capossela è stato coinvolto nel progetto durante la prima fase di montaggio. I registi gli hanno inviato una versione ancora acerba del film e, pochi giorni dopo — esattamente il 29 maggio — Capossela ha improvvisato una prima melodia.
Vinicio Capossela:
“Ho lavorato su questa melodia in cui si sono sedimentate diverse cose: la storia del vostro film e un po’ dell’emozione che sempre mi coglie nell’anniversario della morte di Jeff Buckley. Ho provato a registrare con il cosiddetto piano preparato, cioè un piano tra le cui corde sono stati apposti viti, conchiglie e altre cianfrusaglie, perché a me evoca il senso di una bellezza che va in frantumi e inserisce un elemento materico in quell’universo immateriale che è la musica. Lo stesso tema è stato poi registrato anche con il pianoforte normale. Qualcosa però deve essere rimasto nella tavola armonica perché comunque il suono risulta leggermente disturbato.”Per diversi mesi, nel pianoforte di Vinicio Capossela ha vibrato una conchiglia — o forse una moneta — e chissà se è ancora lì.