Jessica è una botanica che si trova a Bogotà in visita alla sorella malata. Qui, viene svegliata nel cuore della notte da un boato sordo che si ripresenta in situazioni casuali anche durante il giorno. Una presenza invasiva e disorientante di cui Jessica cerca di trovare l’origine grazie all’aiuto di Hernàn, tecnico del suono presso uno studio di registrazione. Nella sua ricerca, incontrerà poi l’archeologa Agnes, a capo di uno scavo che ha riportato alla luce alcuni resti umani risalenti a 6000 anni prima e che mostrerà a Jessica. E poi infine un altro Hernàn (o forse sempre lo stesso?), un pescatore che vive nel cuore della foresta amazzonica lontano dalla civiltà. Un film sulla memoria, dicevamo. Ma la memoria può essere anche rimozione. Ad ogni frammento conservato nella mente corrisponde inevitabilmente un’assenza, l’eliminazione, la cancellazione e dunque l’oblio di qualcos’altro. I ricordi sono solo piccole parti di un più grande quadro esistenziale, fermi immagine estrapolati dal flusso continuo della vita. Quindi ricordare, fissare nella mente, è di per sé un atto di violenza verso qualcosa di vivo destinato alla transitorietà, a non rimanere, ad estinguersi. I ricordi sono allora immagini morte, senza vita, immobili come il corpo di Hernàn disteso in mezzo ad un prato.